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Il restauro delle opere in argento. Restoration of silver artefacts
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  Daria Catello

Il restauro delle opere in argento. Restoration of silver artefacts

978-88-7431-382-2


Prezzo: 35,00 €





Anno edizione; 2008
264 pagine

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

testo in italiano ed in inglese

Premessa

Questo libro vuole rappresentare un ulteriore contributo alla conoscenza ed alla divulgazione dell’arte orafa e argentaria e segue i numerosi studi che, nell’arco di quasi un quarantennio, sono stati svolti da mio padre e vari membri della mia famiglia, valenti studiosi ed esperti argentieri. La necessità di scrivere un nuovo libro è scaturita dalle ricerche e dai restauri di pregevolissime opere che sono stati effettuati in questi ultimi anni e che hanno messo in luce problematiche di degrado e conservazione, molte delle quali legate alle tecniche di fabbricazione ed ancora non sufficientemente trattate.
Nel testo sono state studiate differenti tipologie di manufatti in argento tutte di grande pregio storico-artistico, concentrando l’interesse sui manufatti di uso liturgico. Si è cercato di ricostruire, avvalendosi delle esperienze maturate durante i lavori di restauro svolti negli ultimi quindici anni, le caratteristiche tecnologico-artistiche di tali opere ed evidenziare come le tecniche di lavorazione ed i sistemi costruttivi, la cui scelta nel corso dei secoli venne condizionata da vari fattori, non ultimo la difficoltà di approvvigionamento del metallo prezioso, determinino diversi fenomeni di degrado.
Ad una prima parte dedicata ai busti reliquiari, che rappresentano la più tipica espressione della civiltà dell’argento nell’Italia meridionale in epoca barocca, ed alle differenti tipologie di croci - processionali e stazionali, vescovili e reliquiarie - segue un capitolo sulle attuali tecniche di indagine e la loro applicazione, infine sono state presentate quindici schede di restauro relative a differenti arredi liturgici: croci, busti e statue, lampade, tronetti per l’esposizione del Santissimo, paliotti e cornici, databili dalla metà del XV agli inizi del XX secolo.
La genesi dei manufatti presentati è legata alla profonda religiosità e fede popolare che hanno portato alla realizzazione, nel Regno di Napoli, di opere meravigliose che, molto più degli oggetti di uso domestico e per ornamento personale, maggiormente soggetti al cambio delle mode, costituiscono, nonostante le consistenti perdite verificatesi nel corso dei tempi, la parte più rilevante del nostro patrimonio. Nella realizzazione di tali opere si sono impegnati i principali artisti di tutti i tempi: architetti, scultori e pittori, come testimoniano i numerosissimi busti reliquiari, custoditi in molti centri dell’Italia meridionale, i cui modelli scultorei vantano spesso prestigiose paternità che vanno da Cosimo Fanzago a Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro, da Giuseppe Sanmartino ai suoi allievi Salvatore Franco e Giuseppe Gori.
Anche gli architetti, tra cui Ferdinando Sanfelice e Muzio Nauclerio, hanno lavorato alla realizzazione di importanti opere di argenteria, infatti paliotti e baldacchini sono spesso delle architetture in miniatura come dimostrato dal tronetto per l’esposizione eucaristica nel museo diocesano di Pozzuoli (scheda
10) e dal paliotto della chiesa di San Giuseppe ad Enna realizzato, nel 1778, dall’argentiere Vincenzo Natoli con la collaborazione dell’architetto Andrea Gigante e dello scultore Francesco Martinez. L’opera infatti, per il suo grandioso impianto architettonico, è stata definita dalla studiosa siciliana Maria Accascina «un palcoscenico d’argento».
L’architetto Giandomenico Vinaccia è uno dei maggiori argentieri della Napoli barocca. Egli, oltre alle numerosissime statue in argento, delle quali molto spesso è autore anche del modello in creta, realizza tra il 1692 ed il 1695 il paliotto per l’altare maggiore della cappella del Tesoro di San Gennaro, la cui scena centrale, dedicata alla figurazione del culto del Santo, venne valutata dai più noti pittori presenti a Napoli in quel momento.
Il famoso architetto siciliano Filippo Juvara discendeva da una nota famiglia di argentieri ed era legato ad altre prestigiose famiglie di maestri orafi quali i Corallo, i Donia e i Martinez. Egli svolge come prima attività quella orafa e realizza, assieme al padre Pietro e ai fratelli, importanti opere. Il fratello maggiore Francesco Natale è il probabile autore dello splendido paliotto in argento e rame dorato custodito nel duomo di Messina, opera che sicuramente influenza, nell’impostazione della scena centrale e nella scelta dei fondali in lastra di rame dorato, l’ignoto maestro che nel 1771 realizza il paliotto della cattedrale di Nicosia (scheda
13).
La partecipazione di questi e molti altri prestigiosi artisti alla realizzazione di grandiose opere in argento testimonia quanto rilevante sia stata la produzione orafa e argentaria in Italia meridionale fino agli inizi del secolo scorso. Il consistente patrimonio giunto fino a noi non è che una minima parte di quanto è sopravvissuto a molteplici, continue e inesorabili distruzioni; tutelarlo e conservarlo è quindi un nostro primario dovere.
I problemi di salvaguardia di queste preziose manifatture avrebbero entità completamente diverse se oltre agli interventi di restauro fossero svolti interventi di ordine conservativo e di semplice manutenzione, invece purtroppo spesso accade che questi ultimi siano del tutto inesistenti ed anche dopo delicati e complessi lavori di restauro le opere ritornino nelle precedenti condizioni ambientali che spesse volte costituiscono una delle principali cause del degrado.
L’amore verso questa nobilissima arte, che mi ha spinto a scrivere un nuovo contributo alla divulgazione dell’arte dei miei avi mi porta a sperare che esso possa rappresentare un ulteriore passo verso la consapevolezza del patrimonio che abbiamo, soprattutto da parte di coloro che utilizzano queste opere quotidianamente e che quindi ne sono i principali tutori.



notizie Autore


Daria Catello, architetto, nel 1983 riprende l’attività familiare di studio e lavorazione dei metalli preziosi, iniziata dal bisnonno Vincenzo nel 1878 e proseguita dal nonno Eugenio e dal padre Corrado.

Dal 2001 è direttrice del settore Restauro Metalli Preziosi del corso di laurea in Diagnostica e Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Durante la sua attività ha eseguito interventi di restauro su oltre quaranta sculture in argento custodite nella cappella del “Tesoro di San Gennaro” nella cattedrale di Napoli e nelle principali chiese dell’Italia meridionale, un pannello dell’altare argenteo della basilica di san Nicola a Bari, il paliotto della chiesa di San Giuseppe ad Enna e quello della cattedrale di Nicosia, il reliquiario donato a Giovanni Paolo II nel 1996, il tronetto esposto alla mostra “Civiltà dell’Ottocento dai Borbone ai Savoia” e quello custodito nel museo diocesano di Pozzuoli, le due croci astili nella chiesa Madre di Erice, la cornice in argento (220x110cm) del quadro della Vergine Santissima di Capo Colonna nella cattedrale di Crotone ed innumerevoli oggetti di uso liturgico e profano di grande interesse artistico.

È autrice di vari studi, ultimo il volume “Tesori in luce. Gli argenti della basilica cattedrale e del museo diocesano di Pozzuoli”, pubblicato dalla casa editrice Giannini nel maggio 2005.



indice

PREFAZIONE

PREMESSA

GLI argenti ecclesiastici: NOTIZIE STORICHE, TECNOLOGICHE E PRINCIPALI PROBLEMATICHE DI RESTAURO

Le croci

I busti reliquiari

LA scienza perr l’arte

La caratterizzazione chimico-fisica delle opere d’arte in argento e lega metallica

SCHEDE DI RESTAURO

BIBLIOGRAFIA

INDICI

Indice degli artisti

Indice delle schede



Prefazione

In un bel libro del 1994, intitolato Argenti antichi. Tecnologia, restauro, conservazione, Corrado Catello pose in epigrafe questa dedica: “Ai miei Avi, illustri argentieri / e a mia figlia Daria, degna erede del Loro nome”. Per altro, in quel libro, Daria Catello figurava anche come autrice della sezione relativa agli argentieri “citati nel testo”.
Non riesco a ricordare un altro esempio in cui, alla consapevolezza di appartenere, e di costituirne un pilastro, a una già lunga tradizione - quella di grandi specialisti della lavorazione degli argenti, quali erano stati il Padre Eugenio e il Nonno -, si congiungesse la consapevolezza dell’eredità che di tale tradizione stava passando alla Figlia. Né l’affermazione, ribadita anche nel risvolto di copertina, che “prosegue con la figlia Daria la lunga dinastia ecc.”, si accontentava di indicare una semplice e quasi naturalistica continuità “dinastica”: l’affermazione comportava la coscienza che il coinvolgimento nella maestria Daria Catello se l’era conquistato per virtù propria: ossia in termini nient’affatto dinastici, bensì fattualmente operativi, lavorando accanto al Padre.
A distanza di tredici anni, la prova di tutto questo sta nel bellissimo libro che Daria Catello ora ci dà da studiare: un libro che nell’argomento come nel titolo riprende il libro in cui Corrado aveva previsto lucidamente i contributi che Daria avrebbe dato alla disciplina e al suo accrescimento, per la parte storico-critica non meno che per quella fattuale e operativa.
Con una esposizione di esemplare e oramai desueta limpidezza, annunciando “notizie storiche, tecnologiche e principali problematiche di restauro” relative a “gli argenti ecclesiastici”, il nuovo lavoro della studiosa illustra i risultati di numerosi ed eccellenti interventi di restauro conservativo su opere di prima sfera della produzione argentiera dell’Italia meridionale nei secoli soprattutto post-rinascimentali; e richiama l’attenzione anche sugli aspetti istituzionali, organizzativi e giuridici dell’oreficeria, addentrandosi con non comune perizia – questo è il punto meritevole di essere sottolineato sopra tutti – negli aspetti più raffinatamente tecnologici e perfino fisico-chimici dei processi di realizzazione di cui le opere esaminate sono il risultato. Sicché riesce della massima utilità aver voluto accompagnare alla trattazione generale anche un capitolo dedicato “alla caratterizzazione chimico-fisica delle opere in argento e lega metallica”, per opera di un altro specialista come il professore Giolj F. Guidi.
Insomma, e per concludere: se meritava considerazione il proposito di introdurre nella valutazione storico-estetica della produzione delle opere che chiamiamo “d’arte” l’apprezzamento e la convinta valutazione positiva delle componenti tecnico-materiali e operative, di solito sottovalutate o svalutate del tutto dal formalismo estetizzante, credo che non si potrebbe addurne una conferma più valida di quella che viene dal nuovo libro di Daria Catello

Ferdinando Bologna

       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

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